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Sull'aborto (quarant'anni dopo)

Il 27 Ottobre del 1967, quarant'anni fa sabato, la House of Commons approvava l'Abortion Act, legalizzando l'aborto nel Regno Unito. Perciò stamattina l'aborto si è guadagnato la frontpage del Guardian. Due le questioni:
- sono troppi duecentomila aborti l'anno in un paese con 60milioni di abitanti (e quindi con, più o meno, quindici milioni di donne in età fertile)?
- è ora di cambiare il limite della 24° settimana? Proprio un anno fa oggi, per esempio, nasceva prematura Amillia Taylor alla 22° settimana (nelle foto, i piedi di Amillia appena nata, e com’è oggi).
L’alto numero di aborti suggerirebbe, secondo alcuni (come per esempio Rowan Williams, Arcibishop of Canterbury), che l’aborto non è più considerato, come dovrebbe, l’ultima risorsa utile, ma praticato senza troppi scrupoli. Due cose: è possibile, al contrario, che l’alto (e crescente) numero di aborti sia il salutare risultato della crescente scolarizzazione ed emancipazione delle donne, ragazze, e bambine del regno. Secondo, il numero degli aborti è significativo solo se l’aborto ha una qualche portata morale. Se invece terminare un feto fosse moralmente neutro (oppure, nel promuovere l’interesse della donna, eventualmente avrebbe un valore morale positivo), allora il numero degli aborti non sarebbe un dato significativo.
Per quanto riguarda il limite alla 24° settimana, non è chiaro perché casi come quello di Amillia dovrebbero costituire una ragione per rivedere quella scelta. Gli argomenti in difesa dell’aborto sono, storicamente, due: negare che il feto sia una persona, oppure sostenere il diritto della donna alla libertà sul proprio corpo – il che giustificherebbe l’aborto, secondo J. J. Thomson, indipendentemente dagli eventuali diritti del feto. Ora, accettando questa seconda tesi, evidentemente, la questione di porre un numero di settimane limite nemmeno si pone, perché la donna avrebbe diritto alla terminazione fin quando il feto fosse parte del suo corpo. Se si accetta la prima tesi, invece, bisogna stabilire quando il feto diventa persona.
Secondo il principio seguito da Nullo per uomini ed animali, un organismo è persona se è possibile dire, di quell’organismo, che ha interesse a non provare dolore/non essere ucciso. E’ possibile dire di Nullo, per esempio, che ha interesse a non provare dolore/non essere ucciso, così come è possibile dirlo di una vacca. La questione è: a che punto è possibile dire di un feto/bambino che ha interesse a non provare dolore/non essere ucciso? Probabilmente prima della fine naturale della gravidanza; sicuramente dopo il concepimento. Qui, apparentemente, la questione del numero delle settimane è rilevante. Potrebbe essere che un feto cominci a diventare persona intorno alla 20° settimana, o alla 25°, o alla trentesima. La questione, evidentemente, è, almeno in parte (se non del tutto), empirica. E cioè: a che punto i feti cominciano a provare dolore?
Ma il fatto che Amillia Taylor sia nata alla 22° settimana, e sia una bambina di un anno in buona salute, non ha, evidentemente, niente a che vedere con quale sia il momento in cui il feto comincia a diventare persona. Non è plausibile, infatti, che lo sviluppo tecnologico di tecniche e macchinari medici abbia accelerato il processo naturale dello sviluppo del sistema nervoso. Quale che sia, quindi, la risposta sui tempi dello sviluppo del sistema nervoso che in larga parte determinano quando il feto cominci a provare dolore, questa risposta è indipendente dal miglioramento tecnologico delle incubatrici.
Evidentemente, il caso di Amillia Taylor è rilevante solo se, invece della questione di quando il feto diventi persona, si pone l’attenzione su quando il feto diventi viabile: cioè quando possa sopravvivere indipendentemente dalla madre. Qual è il merito di questo criterio? Che, evidentemente, se un feto è viabile, il parere della madre sulla sua sopravvivenza o meno non dovrebbe più essere assoluto. Ma il problema con questa ipotesi risiede nel fatto che questa presunta viabilità del feto come essere indipendente dalla madre è tale solo se il feto è ‘fuori’ dalla madre; e per estrarlo, evidentemente, serve la volontà della madre. Quindi, in effetti, il parere della madre rimane assoluto.
Si potrebbe obiettare che, tra la sopravvivenza di un essere umano, il feto, da una parte, e una violazione minore come una operazione non-autorizzata dal paziente dall’altra (cioè l’eventuale estrazione del feto per metterlo in incubatrice), è comprensibile scegliere il male minore, cioè la violazione della volontà del paziente. Però, evidentemente, questo può essere il male minore solo se si accetta che il feto è persona; e quindi questa questione dipende da quella già discussa dello status del feto.
In conclusione, se non ci accettano gli argomenti di Thomson sul diritto della madre a difendere i propri interessi dal feto, fissare una scadenza per quando gli aborti debbano essere permessi è comprensibile. Ma non per via della viabilità del feto; ma solo per il suo eventuale status di persona. Quindi il fatto che stia diminuendo il numero di settimane durante le quali è necessario che il feto risieda nell’utero non costituisce una considerazione in favore di un eventuale riduzione del tempo durante il quale è lecito avere un aborto.




permalink | inviato da nullo il 24/10/2007 alle 21:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (25) | Versione per la stampa
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