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Il blog di Marianna Madia
Con più di un mese di ritardo sulla presentazione della sua candidatura, Marianna Madia sbarca finalmente (?) su internet, con un blog su Il Cannocchiale. Ma cercandola su Google si continua ad arrivare qui, per via del post con cui la presentai.





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permalink | inviato da nullo il 31/3/2008 alle 21:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa
Come se l'è cav.ata?
Il cav. ha cominciato questa campagna elettorale nelle stesse condizioni di strafavorito - invidiabili dal punto di vista delle aspettative ma delicate dal punto di vista della strategia - nelle quali era Prodi durante la precedente campagna elettorale (o anche la stessa Hillary Clinton per tutto il 2007).

In tali condizioni, si possono fare due tipi di scelte: volare alto - da i massimi sistemi in su; parlando già da Presidente Incaricato, permettendosi di dettare l'agenda del dibattito elettorale indipendentemente da ciò che fa e dice l'avversario, facendo magnanime concessioni cesaristiche. Il vantaggio di questa alternativa è evidentemente convincere l'elettorato della propria inevitabilità, senza allo stesso tempo doversi sporcare le mani, mostrando il proprio lato meno piacevole. Lo svantaggio è che si corre il rischio di perdere il contatto con la realtà, e con gli elettori, espondendo troppo il fianco alle potenziali sorprese (vedi l'ICI con cui il cav. lasciò prodino a bocca aperta nel 2006, o l'Obamania che sta affossando la Clinton).

Altrimenti si può scegliere di condurre la campagna elettorale come se si partisse alla pari, in trincea dal primo all'ultimo giorno, rispondendo colpo su colpo all'avversario, approfittando di ogni svista, gaffe, o debolezza; senza risparmiarsi le solite mosse elettoralistiche con margini di profitto a breve termine molto alti - e rispettivi rischi. I vantaggi: non si rischia di sottovalutare l'avversario; si punta non solo a vincere, ma a mantenere intatto il proprio vantaggio, senza fare all'avversario (o alla realtà) alcuna concessione che potrebbe trasformarsi in voti persi. Il rischio è quello di rimanere impantanati nelle piccolezze della campagna elettorale, finendo per trasformare la finzione strategica di pareggio in realtà.

E' evidente che Berlusconi ha scelto questa seconda strada: basti considerare i casi più eclatanti, in ordine cronologico Ciarrapico, la precaria, Alitalia, e la questione dei dibattiti televisivi. Quando il PdL scelse di candidare Ciarrapico, è probabile che il vantaggio fosse tale da rendere i voti ciociari del Ciarra superflui. Un eccesso di zelo, insomma. Il paradosso è che quell'eccesso di zelo, adesso, appare invece un sacrificio necessario: il cav. ha davvero bisogno di quei voti nel Lazio, soprattutto al Senato. Ma questa situazione si è venuta a determinare in parte proprio per scelte discutibili come la candidatura di Ciarrapico.

Per la precaria il discorso è diverso: lì Berlusconi si è ri-mostrato nelle vesti goliardiche che abbiamo imparato a conoscere negli anni; e che così generosamente hanno pagato campagna elettorale dopo campagna elettorale dal '93 ad oggi. Avesse scelto di volare alto, il cav. si sarebbe potuto evitare sia l'imbarazzo di Ciarrapico che di mostare, ancora una volta, il proprio volto più efficace ma anche più spiacevole.

Su Alitalia, il cav. non ha voluto rischiare di irritare la Lega su Malpensa o AN sull'italianità, finendo per combinare un gran pasticcio mediatico (il vero pasticcio politico - costringere Spinetta a farsi da parte - è ancora evitabile), col momento più basso, senza dubbio, l'aver tirato in ballo i propri figli come possibili 'salvatori'.

Infine, i dibattiti televisivi: un vero Cesare non avrebbe posto paletti, ci sarebbe stato anche alle condizioni dell'avversario, per poi annichilirlo - cosa che, sinceramente, non dubitiamo sia nelle facoltà del cav, specialmente se dall'altra parte c'è Walter Veltroni.

Insomma Berlusconi ha scelto di condurre questa campagna elettorale con l'elmetto, andando all'attacco - alle volte all'arma bianca - pur di difendere il proprio vantaggio. L'operazione è stata spiacevole, e sembra essergli costata un po' di voti. Ma la baracca sembra aver retto: la Camera sarà sua e al Senato, nel peggiore degli scenari, avrà comunque una ventina di senatori in più del Partito Democratico.

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permalink | inviato da nullo il 29/3/2008 alle 19:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa
Il pareggio controvoglia di WV
"un pareggio al Senato sarebbe una tragedia per l'Italia", ha la faccia tosta di dichiarare Walter Veltroni. Davvero? E allora perche' hai fatto l'accordo con Di Pietro? Perche' il pasticcio con i radicali? Perche' le concessioni ai Teocon (tipo non cacciare la Binetti ne' quando non vota la fiducia al governo Prodi, ne' quando dice di voler rivoltare la 194 come un pedalino)? Perche' la demagogia elettoralistica su pensioni e precariato? Siccome era chiaro a tutti fin dal primo giorno che non avresti mai potuto vincere, e siccome adesso dici che il pareggio sarebbe una tragedia, ti saresti potuto risparmiare ognuna di queste misere figure.

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permalink | inviato da nullo il 29/3/2008 alle 11:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (19) | Versione per la stampa
Il paradosso del Lazio
Va sviluppandosi, nelle ultime settimane, un curioso paradosso, che potrebbe decidere le prossime politiche: si tratta del collegio senatoriale del Lazio. Appare ormai chiaro che il PdL di Silvio Berlusconi si aggiudicherà una larga maggioranza alla Camera; e che lo stesso PdL sarà il soggetto con il maggior numero di rappresentanti in Senato: ma non è ancora detto che a Palazzo Madama Berlusconi potrà contare sulla maggioranza assoluta, quantificabile in 162 seggi (anche se per avere un minimo di continuità nell'azione di governo servirebbero, come minimo, tra i 165 e i 170 senatori - come dimostrato, in negativo, dalla passata legislatura). E' quindi possibile sbilanciarsi affermando che se il PdL non vincerà il collegio senatoriale del Lazio - ci sono in palio la bellezza di 27 senatori - il prossimo governo Berlusconi non avrà molta più fortuna del morente esecutivo di Romano Prodi.

Fino a qualche settimana fa il Lazio non sembrava un problema: due anni fa, in un clima molto più favorevole al centro-sinistra, la CdL vinse nel Lazio 15-12; e, visti i sondaggi nazionali ampiamente a favore del cav, non sembrava esserci dubbio che anche questa volta il collegio senatoriale che ospita la capitale sarebbe andato a destra. Ma oggi quella previsione appare frettolosa: Mancia
pubblica un sondaggio del 25 Marzo secondo il quale PdL e Pd nel Lazio sono praticamente alla pari, 41,5% a 41% (un sondaggio dello stesso istituto in data 17 Marzo dava invece la CdL in vantaggio di ben 5 punti percentuali). 

Sarebbe fin troppo facile spiegare la rinasciata del PD nel Lazio col fattore Veltroni: l'ipotesi sarebbe che WV, essendo stato Sindaco di Roma per sette anni, porti voti 'suoi' al partito democratico, di elettori indipendenti che sono rimasti impressionati dal lavoro del Neo in Campidoglio. Ma questa ipotesi, apparentemente così plausibile, non spiegherebbe perchè è solo nelle ultime settimane che il PD sta recuperando nel Lazio, visto che è stato chiarissimo fin dall'inizio che Veltroni sarebbe stato il candidato premier. Per questo Nullo vuole offrire una paradossale alternativa: cioè che la fortuna del PD nel Lazio la faccia sì Veltroni, ma per ragioni opposte: Veltroni sarebbe stato un Sindaco talmente mediocre - questa l'ipotesi - che la prospettiva di riavere il suo predecessore Rutelli sta trainando il PD a Roma (e di conseguenza nel collegio senatoriale del Lazio).

Ci sarebbero quindi molti romani indipendenti o di sinistra che, dopo aver avuto Veltroni per sette anni, non sarebbero disposti a votare PD alle politiche proprio perchè Veltroni è il candidato premier. Gli stessi romani, però, voteranno Rutelli perchè, rispetto a Veltroni, è stato un sindaco eccellente (i miracoli del Neo: rendere plausibile anche un giudizio con 'Rutelli' ed 'eccellente' nella stessa frase). E siccome questi ipotetici romani andranno alle urne per votare Rutelli e quindi PD al Comune, riceveranno anche la scheda per il Senato e molti, invece di perseguire attivamente la sconfitta del PD in favore di un ennesimo governo Berlusconi ignorando la scheda per il Senato, finiranno per votare PD anche lì.

E così, finalmente, si spiegherebbero le varie casedeljazz - festedelcinema - telecomcerti - nottibianche - pozziinburundi: non, come hanno pensato in questi anni gli ingenui, per accattivarsi il romano medio, superficiale godereccio festaiolo ma con l'africa nel cuore. Ma per far incazzare il romano medio - quello che si fa tre ore di raccordo tutti i santi giorni, compresa la domenica per la partita - fino al punto da fargli rimpiangere Rutelli; sentimento che poi lo avrebbe subdolamente portato comunque a sostenere il PD all'election day. Insomma il buon Walter avrebbe pianificato tutto nei minimi dettagli fin dal 2001. Yeah, right.

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permalink | inviato da nullo il 27/3/2008 alle 10:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (24) | Versione per la stampa
Gli italiani, bianchi, hanno ucciso Gesu', nero


Jeremiah Wright, il leader della United Church of Chirst, la Chiesa di Obama, sembrerebbe aver deciso di far perdere il suo prediletto. Va giu' duro contro Hillary - "Hillary ain't never been called a nigger" - e contro gli italiani: "Jesus was a poor black man who lived in a country that was controlled by rich white people. The romans were rich, the romans were italians, which means they were white" (hatip:
Smith).

C'e' di piu': dalle immagini e' evidente che Wright si schiera apertamente con Obama e contro Hillary. Ma il problema e' che, per una Chiesa, e' illegale prendere le parti di un candidato. Qui i dettagli.




permalink | inviato da nullo il 13/3/2008 alle 10:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa
Bentornati, Socialisti!
Non ho trovato anima viva pronta a difendere l'offerta del Partito Socialista di Boselli a Mastella (rifiutata), di essere il loro capolista in Campania per il Senato. Vorrei farlo quindi io, cercando di trascendere la pochezza dei due personaggi.

L'offerta mi sembra un passaggio costituente importante per il Partito Socialista, perchè testimonia la volontà dei Socialisti di fare i conti con l'eredità del PSI. Ma soprattutto, siccome neanche i socialisti possono vivere di sola storia, perchè tale offerta segnala la volontà del Partito Socialista di costruirsi una identità, a sinistra, altra e alternativa rispetto sia ai democratici che alla Sinistra Arcobaleno.

Fino a questo momento, infatti, il Partito Socialista si è contraddistinto solamente per essersi preso carico della causa laica abbandonata dal Partito Democratico fin dalla sua fondazione. Ma nel ruolo di mangiapreti il PS soffre della concorrenza della Sinistra Arcobaleno.

Con questa presa di posizione sfacciatamente garantista, invece, i socialisti invadono a sinistra uno spazio politico irragiungibile per i comunisti, e che il Partito Democratico continua a trascurare, preferendogli i voti di Di Pietro.

Così è che ci ritroviamo, a sinistra, con una forza laica e garantista; o perlomeno determinata a percorrere la strada che tanti di noi si auguravano sarebbe stata quella del PD. Talmente determinata da commettere leggerezze strategiche come l'offerta a Mastella.

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permalink | inviato da nullo il 10/3/2008 alle 19:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa
She's back!

The best political team on television (è così che i presentatori della CNN modestissimamente introducono, ogni volta, i propri analisti politici) non stava nella pelle, ieri sera: avevano visto gli exit poll, sapevano che sarebbe stata Hillary’s night. Però non potevano dir niente, not in so many words, anyway. Eppure sarebbe bastato un telespettatore molto meno convinto delle chance di Hillary di quanto fosse Nullo ieri sera per capire che era fatta: in culo a tutti gli avvoltoi buonisti, nuovisti, e col senso di colpa dell’uomo bianco illuminato di questo mondo, Hillary was back. Due i momenti della verità: quando la CNN, non potendo rivelare gli exit polls assoluti dell’Ohio, se ne esce con un trucchetto fantastico: le prestazioni di Hillary e Obama tra union voters e non-union voters (sindacalizzati e non): ovviamente la CNN non poteva rivelare il dato cruciale, cioè quanti fossero stati gli union voters e quanti i non-union voters, altrimenti uno avrebbe potuto calcolare il risultato. Ma siccome in entrambe le categorie aveva vinto Hillary, allora, matematicamente, Hillary doveva aver vinto l’Ohio.

Per il Texas ci sarebbe voluto più tempo, se non fosse che dalla parole di un membro ribelle – sarà per questo che il presentatore continuava a dargli del ‘filosofo’ - del best political team on television, è stato ad un certo punto chiaro che la Clinton avrebbe vinto anche down south. E così nonostante gli ultimissimi numeri visti da Nullo prima di addormentarsi fossero spaventosi (Obama in vantaggio 60 a 40 in Texas tra gli early voters), sono andato a dormire tranquillo; e puntuale, questa mattina, è arrivata la conferma della doppietta.  

Adesso è compito di Nullo spinnarvi (perché certo non lo faranno Corriere o Rep., e a questo punto dubito anche del Sole e della Stampa) il risultato per Hillary (se invece preferite i professionisti, ecco cos'ha da dire il migliore di tutti): da oggi, i numeri non contano più; questa è la sostanza del messaggio. Perché? Semplice, perché da oggi i numeri – nel senso del numero di delegati – non hanno più la capacità di far vincere né l’uno nell’altro. Fino a ieri era comunque praticamente impossibile, per Obama, raggiungere i 2,025 delegati necessari sul campo. Ma era lecito sperare, dal loro punto di vista, che, se la Clinton avesse preso una batosta ieri, si sarebbe, prima o poi, ritirata. Adesso che Hillary ha vinto Texas ed Ohio, non ci libereremo più di lei. Non solo: adesso è Hillary l’ovvia favorita per l’ultimo stato che conti davvero, la Pennsylvania – la cui composizione sociale ricalca quella dell’Ohio.

Due punti: da oggi Hillary ha vinto i quattro stati più popolosi d’America, la California, il Texas, New York, e la Florida. Qualcuno ha davvero, oggi, il coraggio di sostenere che il candidato che ha vinto tutto quello che c’era d’importante da vincere, dovrebbe farsi da parte? Ecco, appunto… il silenzio, davvero, vi si addice meglio. Di più: da oggi Hillary ha ottimi argomenti per sostenere che o i delegati di Michigan e Florida vengono fatti partecipare alla convention, oppure, in quei due stati, bisogna rivotare. Perché? Semplice: perché Obama non può sostenere di avere la maggioranza popolare finchè non si possano contare, in una maniera o nell’altra, anche i voti di Florida e Michigan. Insomma l’argomento di Obama sui pledged delegates – va nominato il candidato con più pledged delegates – funziona solo se davvero i pledged delegates possano dirci chi sia il candidato più popolare. Ma senza il Michigan e la Florida, il numero di pledged delegates non è decisivo da quel punto di vista.

Nè, ovviamente, si può sostenere che sia una questione di regole: perché se da una parte le regole dicono che Michigan e Florida debbano essere esclusi, dall’altra le regole dicono che i superdelegates debbano scegliere liberamente, senza essere legati dai numeri dei pledged delegates. Se quindi il campo di Obama vuole fare appello alle regole nel caso di Michigan e Florida, allora deve anche accettare che i superdelegates sono liberi di appoggiare, per esempio, il candidato che essi reputino più eleggibile (e ieri sera uno degli ospiti della CNN era appunto un superdelegate afro-americano ancora non schierato, che ha detto chiaramente che è all’eleggibilità, e solo all’eleggibilità, che lei guarderà). Se, altrimenti, se ne vuole fare una questione di sostanza al di là delle regole, allora il numero di pledged delegates – senza Michigan e Florida – non è una espressione attendibile di quale sia il candidato più popolare.

E poi, ovviamente, c’è la questione dell’eleggibilità. Ohio, Florida, Pennsylvania, New Jersey. Questi sono gli stati che il candidato democratico ha bisogno di vincere a novembre. La vittoria piuttosto larga di ieri sera in Ohio non può lasciare dubbi su chi sia il candidato con le maggiori chance in Ohio e nello stato gemello della Pennsylvania. Della Florida abbiamo già detto. New Jersey idem: li ha vinto Hillary, e questo sondaggio parla chiaro: con Hillary vincono i democratici, con Obama vince McCain. Certo, nei sondaggi nazionali Obama fa leggermente meglio di Hillary contro McCain: ma quelli valgono come il due di picche. Sono gli swing states, da quando mondo è mondo, a decidere le presidenziali americane.

Infine, c’è il fattore logoramento: l’entusiasmo democratico per queste primarie ha annichilito l’affluenza repubblicana. Se a questo si aggiungono otto anni di presidenza Bush; e un candidato, McCain, che non è proprio il cocco dei conservatori, appare chiaro che i democratici avrebbero un significativo vantaggio in partenza, a novembre. Ma se questa campagna continua fin molto dopo il 22 Aprile (quando si vota in Pennsylvania) – e abbiamo visto che è difficile immaginare una conclusione – allora molti sostengono che i democratici getterebbero alle ortiche gran parte di questo vantaggio fisiologico. E’ proprio per questo che fino a ieri in molti hanno sostenuto che se la Clinton non avesse vinto sia Texas che Ohio si sarebbe dovuta far da parte. Oggi le stesse ragioni perché uno dei due candidati si faccia da parte rimangono, ed anzi sono più pesanti visto che è oggi ancora più difficile immaginare una conclusione; il problema è che è praticamente impossibile determinare chi dovrebbe farsi da parte.

E’ possibile chiedere a questo giovane uomo di colore, che apparentemente dal niente ha dato vita ad uno dei fenomeni politici più entusiasmanti dell’era recente, di farsi da parte per il bene del Party, nonostante sia in vantaggio nel numero dei delegati? No, assolutamente no. Ed è possibile chiedere ad Hillary, novella madre coraggio, dopo che ha dimostrato, per l’ennesima volta, la propria immortalità politica, di lasciar spazio al ragazzino, dopo che l’ha umiliato, al ragazzino, in ogni singolo stato americano di una qualche importanza? No, ovviamente no. Lo stesso problema impedisce la soluzione dream ticket: non sarebbe ancora troppo tardi, ma chi lo fa il VP? Obama con la promessa che Hillary si farebbe da parte dopo solo quattro anni? Anche i democratici dovessero vincere e i primi quattro anni di governo andar bene, Blair and Brown hanno già dimostrato che questi accordi sono un vero disastro.


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permalink | inviato da nullo il 5/3/2008 alle 17:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
Nuccio Cusumano


Capirei, se l'occhio vi fosse cascato prima sul numero 4, Serafini Anna - la moglie di Fassino! in Sicilia! E capirei pure se il numero 12 avesse colto per primo la vostra attenzione, donna DS: eh sì, ancora ragionano in termini di DS e Margherita; eh sì, la femminilità è ancora oggetto di compravendita. A cogliere la mia attenzione è stato però il numero 10, Cusumano. Indimenticabile, Nuccio esaltante-prigionia-delle-mie-idee Cusamano (in azione qui sotto): che si è quindi venduto per un posto all'Agecontrol per il collaboratore Filippo Bellanca, un posticino per niente garantito in lista (nel 2006 gli eletti al Senato in Sicilia di DS&DL furono 8), e un po' di saliva: davvero molto ragionevole.


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permalink | inviato da nullo il 4/3/2008 alle 15:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa
La fine di un amore?

Fossi un seduttore da quattro soldi in un costosissimo film ammericano, comincerei con una cosa del tipo: “Gli addii non sono mai stati il mio forte”, con la malcelata speranza che ci sarà pure qualche maniera per scongiurare la fine. Lei è Hillary Rodham Clinton, e mercoledì mattina potrebbe già essere storia.

Dopodomani, Martedì 4 Marzo, si vota in Ohio e Texas, e conventional wisdom vuole che, se HRC non vincerà in entrambi gli stati, la sua corsa alla Casa Bianca finisce lì. Ci sono, in realtà, due correnti di pensiero (in considerazione del fatto che nessuno dei due candidati, probabilmente, raggiungerà 2,025 pledged delegates, e che quindi entrambi avranno bisogno, per ottenere la nomination, dei superdelegates): da una parte, coloro che ritengono che la nomination andrà al candidato con il maggior numero di pledged delegates, sostengono che Hillary abbia bisogno di una vittoria importante sia in Ohio che in Texas (nell’ordine, almeno, del 55% a 40%); perché il divario in termini di pledged delegates supera già le 150 unità; e se Hillary vuole colmarlo, buona parte del lavoro va fatto dopodomani (Ohio e Texas, insieme, mettono in palio 389 pledged delegates).

C’è invece chi ritiene che Hillary non abbia bisogno di avere il maggior numero di pledged delegates per ottenere la nomination. Se infatti Hillary vincesse sia in Texas che in Ohio (e poi anche in Pennsylvania), avrebbe vinto in tutti e otto gli stati più popolosi d’America tranne che nell’Illinois di Obama. E, considerando anche il fatto che Hillary non potrà contare sui pledged delegates di Michigan e Florida, questo potrebbe bastare a considerarla il candidato vincente nonostante un numero leggermente inferiore di pledged delegates. 

Che Hillary riesca ad ottenere il tipo di risultato richiestole dalla prima corrente di pensiero è fuori discussione: HRC può ancora vincere sia in Texas che in Ohio, ma non c’è verso che ella possa stravincere, in nessuno dei due stati. E mentre in Ohio la Clinton ha mantenuto, seppur di poco, un vantaggio nei sondaggi, in Texas, da qualche giorno, è Obama a guidare (anche se, e questa è un’impressione di Nullo ancora tutta da verificare, Obama potrebbe aver peaked subito prima del weekend, e la Clinton starebbe recuperando).

Quindi l’unica speranza della Clinton è che abbiano ragione quelli della seconda corrente di pensiero: resistere al ritorno di Obama sia in Ohio che in Texas, strappare una doppia vittoria (cui aggiungere il Rhode Island ma non il Vermont, dove vincerà Obama); costruirci sopra, poi, una vittoria in Pennsylvania e North Carolina, evitando nel frattempo di perdere tutti gli altri staterelli come invece ha fatto a Febbraio. Si arriverebbe così alla convention con Obama in vantaggio in termini di pledged delegates. Ma con Hillary che avrebbe vinto in tutti i grandi stati tranne l’Illinois; e che avrebbe un vantaggio virtuale di pledged delegates considerando anche Michigan e Florida. A quel punto dovrebbe essere possibile, per lei, convincere un numero sufficiente di superdelegates per ottenere la nomination.

Se invece Hillary non dovesse vincere sia in Ohio che in Texas, farewell…


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permalink | inviato da nullo il 2/3/2008 alle 17:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa
"somos reformistas, no de izquierdas"
"somos reformistas, no de izquierdas" ("siamo riformisti, non di sinistra") dichiara Veltroni a El Pais. Per una volta Veltroni è, dolorosamente, inequivocabile; oppure, più semplicemente, dev'essere che in spagnolo non esiste il 'ma anche'.



permalink | inviato da nullo il 1/3/2008 alle 18:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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