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She's back!

The best political team on television (è così che i presentatori della CNN modestissimamente introducono, ogni volta, i propri analisti politici) non stava nella pelle, ieri sera: avevano visto gli exit poll, sapevano che sarebbe stata Hillary’s night. Però non potevano dir niente, not in so many words, anyway. Eppure sarebbe bastato un telespettatore molto meno convinto delle chance di Hillary di quanto fosse Nullo ieri sera per capire che era fatta: in culo a tutti gli avvoltoi buonisti, nuovisti, e col senso di colpa dell’uomo bianco illuminato di questo mondo, Hillary was back. Due i momenti della verità: quando la CNN, non potendo rivelare gli exit polls assoluti dell’Ohio, se ne esce con un trucchetto fantastico: le prestazioni di Hillary e Obama tra union voters e non-union voters (sindacalizzati e non): ovviamente la CNN non poteva rivelare il dato cruciale, cioè quanti fossero stati gli union voters e quanti i non-union voters, altrimenti uno avrebbe potuto calcolare il risultato. Ma siccome in entrambe le categorie aveva vinto Hillary, allora, matematicamente, Hillary doveva aver vinto l’Ohio.

Per il Texas ci sarebbe voluto più tempo, se non fosse che dalla parole di un membro ribelle – sarà per questo che il presentatore continuava a dargli del ‘filosofo’ - del best political team on television, è stato ad un certo punto chiaro che la Clinton avrebbe vinto anche down south. E così nonostante gli ultimissimi numeri visti da Nullo prima di addormentarsi fossero spaventosi (Obama in vantaggio 60 a 40 in Texas tra gli early voters), sono andato a dormire tranquillo; e puntuale, questa mattina, è arrivata la conferma della doppietta.  

Adesso è compito di Nullo spinnarvi (perché certo non lo faranno Corriere o Rep., e a questo punto dubito anche del Sole e della Stampa) il risultato per Hillary (se invece preferite i professionisti, ecco cos'ha da dire il migliore di tutti): da oggi, i numeri non contano più; questa è la sostanza del messaggio. Perché? Semplice, perché da oggi i numeri – nel senso del numero di delegati – non hanno più la capacità di far vincere né l’uno nell’altro. Fino a ieri era comunque praticamente impossibile, per Obama, raggiungere i 2,025 delegati necessari sul campo. Ma era lecito sperare, dal loro punto di vista, che, se la Clinton avesse preso una batosta ieri, si sarebbe, prima o poi, ritirata. Adesso che Hillary ha vinto Texas ed Ohio, non ci libereremo più di lei. Non solo: adesso è Hillary l’ovvia favorita per l’ultimo stato che conti davvero, la Pennsylvania – la cui composizione sociale ricalca quella dell’Ohio.

Due punti: da oggi Hillary ha vinto i quattro stati più popolosi d’America, la California, il Texas, New York, e la Florida. Qualcuno ha davvero, oggi, il coraggio di sostenere che il candidato che ha vinto tutto quello che c’era d’importante da vincere, dovrebbe farsi da parte? Ecco, appunto… il silenzio, davvero, vi si addice meglio. Di più: da oggi Hillary ha ottimi argomenti per sostenere che o i delegati di Michigan e Florida vengono fatti partecipare alla convention, oppure, in quei due stati, bisogna rivotare. Perché? Semplice: perché Obama non può sostenere di avere la maggioranza popolare finchè non si possano contare, in una maniera o nell’altra, anche i voti di Florida e Michigan. Insomma l’argomento di Obama sui pledged delegates – va nominato il candidato con più pledged delegates – funziona solo se davvero i pledged delegates possano dirci chi sia il candidato più popolare. Ma senza il Michigan e la Florida, il numero di pledged delegates non è decisivo da quel punto di vista.

Nè, ovviamente, si può sostenere che sia una questione di regole: perché se da una parte le regole dicono che Michigan e Florida debbano essere esclusi, dall’altra le regole dicono che i superdelegates debbano scegliere liberamente, senza essere legati dai numeri dei pledged delegates. Se quindi il campo di Obama vuole fare appello alle regole nel caso di Michigan e Florida, allora deve anche accettare che i superdelegates sono liberi di appoggiare, per esempio, il candidato che essi reputino più eleggibile (e ieri sera uno degli ospiti della CNN era appunto un superdelegate afro-americano ancora non schierato, che ha detto chiaramente che è all’eleggibilità, e solo all’eleggibilità, che lei guarderà). Se, altrimenti, se ne vuole fare una questione di sostanza al di là delle regole, allora il numero di pledged delegates – senza Michigan e Florida – non è una espressione attendibile di quale sia il candidato più popolare.

E poi, ovviamente, c’è la questione dell’eleggibilità. Ohio, Florida, Pennsylvania, New Jersey. Questi sono gli stati che il candidato democratico ha bisogno di vincere a novembre. La vittoria piuttosto larga di ieri sera in Ohio non può lasciare dubbi su chi sia il candidato con le maggiori chance in Ohio e nello stato gemello della Pennsylvania. Della Florida abbiamo già detto. New Jersey idem: li ha vinto Hillary, e questo sondaggio parla chiaro: con Hillary vincono i democratici, con Obama vince McCain. Certo, nei sondaggi nazionali Obama fa leggermente meglio di Hillary contro McCain: ma quelli valgono come il due di picche. Sono gli swing states, da quando mondo è mondo, a decidere le presidenziali americane.

Infine, c’è il fattore logoramento: l’entusiasmo democratico per queste primarie ha annichilito l’affluenza repubblicana. Se a questo si aggiungono otto anni di presidenza Bush; e un candidato, McCain, che non è proprio il cocco dei conservatori, appare chiaro che i democratici avrebbero un significativo vantaggio in partenza, a novembre. Ma se questa campagna continua fin molto dopo il 22 Aprile (quando si vota in Pennsylvania) – e abbiamo visto che è difficile immaginare una conclusione – allora molti sostengono che i democratici getterebbero alle ortiche gran parte di questo vantaggio fisiologico. E’ proprio per questo che fino a ieri in molti hanno sostenuto che se la Clinton non avesse vinto sia Texas che Ohio si sarebbe dovuta far da parte. Oggi le stesse ragioni perché uno dei due candidati si faccia da parte rimangono, ed anzi sono più pesanti visto che è oggi ancora più difficile immaginare una conclusione; il problema è che è praticamente impossibile determinare chi dovrebbe farsi da parte.

E’ possibile chiedere a questo giovane uomo di colore, che apparentemente dal niente ha dato vita ad uno dei fenomeni politici più entusiasmanti dell’era recente, di farsi da parte per il bene del Party, nonostante sia in vantaggio nel numero dei delegati? No, assolutamente no. Ed è possibile chiedere ad Hillary, novella madre coraggio, dopo che ha dimostrato, per l’ennesima volta, la propria immortalità politica, di lasciar spazio al ragazzino, dopo che l’ha umiliato, al ragazzino, in ogni singolo stato americano di una qualche importanza? No, ovviamente no. Lo stesso problema impedisce la soluzione dream ticket: non sarebbe ancora troppo tardi, ma chi lo fa il VP? Obama con la promessa che Hillary si farebbe da parte dopo solo quattro anni? Anche i democratici dovessero vincere e i primi quattro anni di governo andar bene, Blair and Brown hanno già dimostrato che questi accordi sono un vero disastro.

Pubblicato il 5/3/2008 alle 17.5 nella rubrica Diario.

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